MODELLI ECONOMICI A CONFRONTO: IL MODELLO COSTITUZIONALE E IL MODELLO EUROPEO.(1/3)

Parte prima:

La domanda che ci siamo posti è questa: il modello socio economico al quale ci hanno indirizzato è nell’interesse pubblico?

A quel punto abbiamo deciso di approfondire il modello descritto in Costituzione e quello che descrivono i Trattati, i regolamenti e le direttive europee.

Non è stato semplice, perché per stessa ammissione di uno degli attuali giudici della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, disse che il Trattato di Lisbona, Trattato che aveva l’ambizione di essere la Costituzione europea, era stato reso illeggibile scientemente in modo che passasse la rettifica nei Parlamenti senza che esso fosse compreso. L’incomprensibilità fu l’arma per farlo passare, solo questo fatto merita una riflessione.

Premettiamo, prima di iniziare, che le informazioni divulgate sono di carattere oggettivo, reperibili attraverso le fonti istituzionali sia governative che europee.

Spesso parliamo di incompatibilità fra Costituzione e Trattati, è vero o è una opinione? Ce lo dimostra un documento ufficiale presentato l’8 aprile del 2014 al Senato che è la relazione con cui Renzi e Boschi presentarono la Riforma della Costituzione indicando le “ragioni” per cui doveva essere fatta. Alla prima pagina si legge il presente preambolo dove abbiamo evidenziato i passaggi salienti.

“L’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio” è l’ammissione che la nostra Carta era ed è incompatibile con i Trattati. Possiamo affermare che i Trattati sono incompatibili con la Costituzione italiana perciò andava riformata.

Per partire sul confronto è bene fare un po’ di memoria storica andando a cercare gli elementi fondanti della nostra Carta attraverso le dichiarazioni degli stessi costituenti.

Giorgio la Pira: “La struttura sociale della democrazia italiana poggia sul fondamento del lavoro” lavoro inteso come valore e strumento attraverso il quale si possa realizzare la Democrazia in Italia. Lavoro che nobilita l’uomo, lo rende libero da problematiche economiche e libero di partecipare alla vita sociale e politica del Paese. Non per nulla il primo Articolo della Costituzione afferma che l’Italia è una “Repubblica fondata sul lavoro”.

Di fronte alla realizzazione del modello costituzionale tutte le forze di maggioranza, socialisti comunisti e democristiani, erano concordi e ognuno vi ha contribuito in base alle loro idee e competenze.

Amintore Fanfani indicando il modello socio economico che si doveva costruire, evidenziava la necessità di porre delle regole, per raggiungere gli obiettivi. Non un modello di libero mercato, non un modello totalmente controllato e pianificato, ma un sistema misto, che sfociava in un modello di tipo socialista.

Le caratteristiche principali di questo modello le possiamo trovare nei primi Articoli della Costituzione.

Art. 1 L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro

Art. 3 È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli… affidando ad essa, attraverso il suo intervento, il compito di rendere i cittadini uguali, elevati e liberi di partecipare. 

Art. 4 La repubblica riconosce a tutti il diritto al lavoro e promuove le condizioni…il lavoro non è solo diritto ma anche un dovere sociale. L’articolo 4 inoltre esplicita l’obiettivo della piena occupazione e sotto intende che essa può essere realizzata attraverso le azioni della Repubblica.

 Lelio Basso chiarisce bene il nesso tra l’attuazione del diritto al lavoro, l’attuazione della Costituzione a la Democrazia in Italia. Come diceva Sandro Pertini “come pensi che un uomo che ha fame possa partecipare alla vita sociale e politica? Questa non è libertà!”.

Fu Palmiro Togliatti a stabilire le “regole” di natura programmatica e un “metodo” e lo fece elaborando la parte economica della Costituzione che ritroviamo negli articoli dal 35 al 47.

Art. 35 La Repubblica tutela il lavoro; 

Art 36 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare   a sé e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa, il lavoratore non può essere mai sfruttato;

 Art. 38 ogni lavoratore ha diritto ad avere i mezzi per vivere in caso di infortunio, malattia, vecchiaia, disoccupazione involontaria. Questi articoli costituiscono un involucro di diritti e tutele riconosciute in cui il lavoratore vive, mettendolo in condizione di accedere alla libertà, alla dignità. 

L’Art. 41 dove si evince il modello misto dello Stato, non un modello liberista ma nemmeno comunista. L’iniziativa economica privata è libera, sì ma dentro un contesto di controllo da parte dello Stato, che lascia liberi gli imprenditori di decidere ma sotto la sua vigilanza e indirizzo nel rispetto dell’interesse pubblico, inteso anche come rispetto dei diritti dei lavoratori. 

L’Art. 47 è quello che più di tutti sottolinea l’incompatibilità e incostituzionalità dei Trattati: oggi lo Stato è in grado di fare qualcosa? La politica economica europea non solo non tutela il risparmio privato ma ne impedisce la formazione, costringe ad erodere nel tempo il risparmio privato pregresso. Tantomeno è in grado di disciplinare e coordinare il credito visto l’assenza quasi totale di banche pubbliche.

La nostra Carta è di semplice lettura, il modello che socio economico a cui miravano i costituenti molto chiaro. Sintetizzando gli elementi fondanti sono:

  • La centralità del lavoro 
  • L’intervento dello Stato in economia;

Possiamo parlare di modello keynesiano

Lavoro inteso non come semplice fattore produttivo ma il mezzo attraverso il quale si realizza la persona umana. Il lavoro è appunto il valore fondante, riconoscendo a tutti il diritto al lavoro si può dedurre l’indirizzo dei costituenti verso la piena occupazione.

Questo è il modello socioeconomico costituzionale, vediamo ora il modello europeo. 

Il lavoro da fare è confrontare gli articoli della nostra Carta con quelli derivanti dai trattati.

Gli elementi fondanti del modello europeo:

  • Stabilità dei prezzi a tutti i costi quindi tutela dei grossi capitali;
  • Forte concorrenza in economia che sfocia nella deflazione salariale;
  • Lo Stato deve avere un ruolo marginale o minimo;
  • L’indipendenza della Banca centrale, pietra miliare del modello europeo, dai governi;

Questi elementi fondanti definiscono il modello socio economico europeo, che possiamo individuare negli articoli andiamo a esaminare.

L’Art. 3 del TUE stabilisce quali sono le finalità e gli obbiettivi dell’Unione europea: instaurare un mercato interno fortemente competitivo, stabilità dei prezzi e “mira” alla piena occupazione (solo dopo aver soddisfatto i primi due requisiti questo punto verrà poi specificato nell’art 119 del TFUE). Intanto possiamo dire che la “mira” alla piena occupazione è completamente falsa visto che è stato elaborato il NAIRU, un tasso di disoccupazione stabilito a tavolino dall’Ue e imposto agli Stati, oltre il quale non si può andare, per il semplice fatto che una volta superato si creerebbe inflazione e la stabilità dei prezzi non sarebbe perseguita. Dal punto di vista macroeconomico è follia allo stato puro, nessuna scienza economica ha mai affermato questa assurdità.

Nell’art 119 sul TFUE il concetto viene chiarito e ribadito, ma la piena occupazione viene subordinata.

“Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi” si possono perseguire altre politiche, prima però deve essere perseguita la stabilità dei prezzi. 

Per quanto riguarda la politica monetaria si ribadisce lo stesso obiettivo: la stabilità dei prezzi.

L’Art. 127 del TFUE conferma, come obiettivo anche della politica monetaria, la stabilità dei prezzi e “fatto salvo” questo obiettivo, la politica monetaria, può contribuire al raggiungimento di altri obiettivi.

E l’occupazione? Cosa dicono i trattati sull’occupazione?

Art. 145 sul TFUE parla di una forza lavoro competente e qualificata, adattabile alle esigenze di mercato e in grado di rispondere ai mutamenti economici al fine di realizzare: stabilità dei prezzi e un mercato altamente concorrenziale (art. 3 TUE). Cioè, si parla di lavoro merce non di persone umane con dignità. Il lavoratore deve essere adattabile al mercato e alle sue esigenze: pronto a sradicarsi, pronto alla disoccupazione, pronto a lavorare per bassi salari perché il mercato altamente competitivo lo richiede.

Queste sono le regole del modello socio economico europeo. 

 

Collegate questi articoli con le scelte operate nel mondo del lavoro dal ’90 ad oggi, dalla legge Treu alla riforma Biagi, la precarizzazione del lavoro, la contrattazione collettiva, l’Art. 18, sono tutte scelte politiche che originano da questo modello.

 I nostri Governi e Parlamenti, in questi anni, non hanno fatto altro che “adeguare l’ordinamento interno all’ordinamento europeo” fortunatamente la riforma proposta nel 2016 sottoposta a referendum è stata bocciata, non si è capito con quanta consapevolezza. Intanto però molti Trattati sono stati firmati certamente con superficialità (e non doveva succedere) o con complicità (e non doveva succedere).

Compariamo gli articoli che parlano del lavoro.

Nell’Art. 145 sul TFUE non si parla di lavoro come ne parla l’Art. 36 della Costituzione, l’incompatibilità fra i due modelli è lampante.

Già in questa prima parte si può iniziare a vedere il profondo contrasto fra il modello socio economico costituzionale e quello europeo. I costituenti avevano un’idea completamente diversa di Stato e degli obiettivi sociali da perseguire, purtroppo in questi anni è avvenuta la sostituzione del nostro modello con quello europeo. 

Anna Paola Usai

(Fonte)

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