Il dilemma della torta.

Già da diversi anni il mondo era stato avvertito; la sovrappopolazione del pianeta non avrebbe potuto garantire il mantenimento del livello di benessere dei paesi occidentali. Questo fatto non è stato tuttavia mai esplicitato e le autorità internazionali e nazionali hanno sempre preferito utilizzare a tal scopo una comunicazione indiretta facendo costante riferimento a un generico problema globale, lasciando sempre sullo sfondo il riferimento alle condizioni di vita dei paesi “avanzati”.

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La tempesta perfetta ha cominciato a materializzarsi allorché la globalizzazione delle produzioni ha contribuito alla crescita economica degli ex paesi in via di sviluppo e dei loro conseguenti consumi sebbene il tutto si sia realizzato attraverso una forte concentrazione nelle mani di pochi nella distribuzione della ricchezza.

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Proprio questa sperequazione, associata alla crescente consapevolezza di poter accedere a migliori condizioni di vita, diffusa dagli organi di informazioni alternativi, ha determinato da un lato pressioni politiche dal basso per l’ottenimento di diritti sociali storicamente negati e dall’altro una inarrestabile propensione alla migrazione di ampie fasce di popolazione, verso i paesi avanzati.

La “pandemia” (chiamiamola così per non aggiungere all’argomento trattato un altro capitolo di riflessione), ha di recente rallentato temporaneamente il fenomeno.

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Ed ecco che il problema relativo alla disponibilità nel consumo delle “risorse naturali” si è affacciato con prepotenza negli ultimi due anni.

Normalmente siamo portati a definire come risorse naturali scarse solo quelle non riproducibili dette anche “non rinnovabili” quai l’aria, le acque, suoli e sottosuoli, ma occorre sapere che anche tutto ciò che è definito come rinnovabile per essere riprodotto necessita del consumo di quote crescenti di risorse non rinnovabili. Per intenderci, si può pensare di produrre all’infinito energia rinnovabile ma per la realizzazione dei dispositivi necessari alla produzione occorre comunque consumare risorse scarse e non riproducibili dando luogo a saldi decrescenti.

Torniamo dunque al focus di questa nostra riflessione e cioè il mantenimento dei livelli di consumo del mondo avanzato; fatte le precedenti considerazioni il punto diviene prepotentemente politico in senso stretto e cioè occorre definire una scelta distributiva per ciò che attiene alle risorse materiali che, attenzione, non riguarda se non in seconda battuta il problema dell’accumulazione delle ricchezze finanziarie, dal momento che con la cartamoneta non si mangia, non ci si veste, non ci si riscalda e non si va in auto; per consumare e trarre utilità dai beni occorre avere la disponibilità di risorse materiali a prescindere dalla disponibilità al loro acquisto.

Diversi campanelli di allarme hanno cominciato a suonare nell’anno corrente. Alcune istituzioni internazionali hanno dato il loro benestare alla promozione delle produzioni di alimenti alternativi come la produzione di insetti. Gli alimenti pregiati come carne, pesce e ortaggi hanno preso ad aumentare il loro prezzo sui mercati.

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Sebbene il prezzo degli alimenti sia (parzialmente) sopportabile per i paesi avanzati, questo rappresenta un problema di vita o di morte di molte delle popolazioni dei paesi poveri.

Il vero cataclisma tuttavia si sta giocando sulle risorse naturali necessarie alla produzione industriale e cioè energia e materie prime. Per fare qualche esempio, la cosiddetta green economy sta scontando un cataclisma inflattivo che rischia di mettere a soqquadro gli equilibri finanziari e produttivi dell’intero pianeta. Da dati ufficiali si evince che le nuove produzioni basate sulla conversione all’elettrico saranno sostenibili solo dai ceti abbienti. In un solo anno questi gli aumenti delle materie prime interessate: rame +47%, cobalto +40%, rodio +447%, neodimio +74%.

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Ecco dunque che si delinea già la scelta della politica globale guidata dal laissez faire neoliberale, cioè quella di escludere dagli attuali livelli di consumo occidentali l’80% della popolazione mondiale, riservando al 20% dei ceti più abbienti il consumo del 98% delle risorse materiali pregiate disponibili.

Il come fare è l’elemento se vogliamo maggiormente interessante. Attraverso l’enorme accumulazione e concentrazione delle ricchezze finanziarie realizzate nell’ultimo trentennio, le élite hanno provveduto all’accaparramento delle risorse materiali e immateriali; da un lato sono state rastrellati acque, suoli e sottosuoli acquisendone la proprietà, laddove è stato possibile tramite l’acquisto e dove non possibile con la forza militare; dall’altro con la totale privatizzazione della ricerca e dei conseguenti brevetti.

https://www.ilsole24ore.com/art/land-grabbing-grande-minaccia-che-incombe-sostenibilita-pianeta-AEjfkjC

Contro la privatizzazione della conoscenza

Su tutto ciò che abbiamo qui esposto aleggia un vero e proprio fantasma, inteso come il cadavere storico del nuovo millennio la cui presenza (o per converso assenza materiale) ha determinato gli attuali equilibri. Lo Stato Nazionale con il suo diritto Costituzionale ovvero quel presidio che avrebbe dovuto e potuto condurre e dirimere il problema della torta e del conseguente pogrom dell’esclusione sociale in atto.

Nicola Di Cesare

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