La Sovranità Monetaria dello Stato indipendente.

Mai come i questo momento di grande destabilizzazione dei fondamentali macroeconomici della totalità degli Stati del globo terracqueo colpiti dalla pandemia, si è presentata l’opportunità di spiegare cosa rappresenti l’istituto della Sovranità monetaria in uno Stato indipendente.

La crisi in atto ha determinato uno shock esogeno di proporzioni tali da non poter essere governato mantenendo saldi gli equilibri di controllo delle leve monetarie da parte della finanza speculativa che hanno caratterizzato le politiche di destrutturazione dei legami tra l’azione dello Stato di diritto costituzionalmente orientato e capacità creativa della moneta da parte dei policy maker.

Per capire di cosa parliamo partiamo con l’esposizione di un concetto estremamente banale quanto ovvio. Laddove la Carta Costituzionale di uno Stato qualunque, vincoli l’azione politica dei rappresentanti eletti al perseguimento di determinati obiettivi reali e ne determini la loro natura di ineludibile “diritto”, sia esso il diritto al lavoro o alla salute o negli Stati socialmente meno evoluti, il semplice obbligo alla costruzione di un esercito o di una rete di tribunali, tali obblighi devono essere assolti dalla capacità autonoma dello Stato stesso di “battere moneta” per pagarne finanziariamente le spese di realizzazione.

Questo assunto prescinde da qualunque considerazione di natura macroeconomica che ne possa o meno certificare la praticabilità. Uno Stato per esistere deve avere “Capacità monetaria di Spesa”; senza di essa non si può parlare di Stato indipendente ma di una qualsiasi altra forma di organizzazione politica territoriale legata a un istituto di governo superiore che a sua volta ne determina la capacità di spesa. Possiamo chiamarla colonia o protettorato o regione più o meno autonoma ma non Stato.

Se un NON STATO che non ha capacità autonoma di spesa si è dotato di una Carta Costituzionale, essa sarà inevitabilmente derubricata a lettera morta o a velleitaria lista della spesa.

Eccoci dunque arrivati a dire quello che l’informazione Italiana esogenamente comandata ha evitato di dire dal 1992 in poi e cioè che l’Italia con la firma del trattato di Maastricht e ancor prima dei trattati di preparazione al percorso di creazione dell’Unione Europea ha cessato non solo di essere uno Stato Indipendente ma anche di avere una Carta Costituzionale che orientasse, nel senso della loro realizzazione fisica, le politiche di definizione dei diritti in essa statuiti1

Il passaggio dai vincoli giuridici esterni alla realizzazione dei diritti costituzionali ai vincoli di natura finanziaria si concretizzarono con l’ingresso dell’Italia in Eurozona e con la definitiva perdita della sua valuta e della sua sovranità monetaria.

L’impossibilità dell’Italia di provvedere alle spese di mantenimento del suo apparato Statale centrale e periferico in ottemperanza ai diritti costituzionalmente garantiti ha derubricato l’Italia al rango di regione periferica di una organizzazione giuridica esterna organizzata su base non democratica2.

Ora che abbiamo puntualizzato cosa si intende per “Capacità monetaria di spesa” possiamo anche analizzare il livello di tale capacità dell’ex Stato Italiano, attualmente territorio “governatorato” dell’Unione Europea ricordando che gli attuali governi Italiani non possono essere nominati se non politicamente conformi a quelli che sono gli orientamenti politici indicati dai trattati UE3 a loro volta informati all’orientamento politico ordoliberale del paese egemone, la Germania, ingabbiati dall’adozione illegale e illegittima della moneta unica in quanto strumento di delegittimazione degli obiettivi politici costituzionalmente definiti.

Definito il significato di sovranità monetaria occorre tuttavia che questo sia contemperato al concetto di Capacità monetaria dello Stato.

Per definire un quadro più tecnico della “Capacità monetaria dello Stato” occorre fare riferimento al concetto di sistema macroeconomico di riferimento sia sul piano endogeno che esogeno.

Se come è vero che uno Stato è sempre dotato della facoltà di emettere illimitatamente una propria valuta sul piano nominale, questo non è sempre vero sul piano reale, cioè non lo è “illimitatamente”.

Prima di addentrarci in questa disamina dovremo capire bene che allo stato attuale tutte le monete del mondo sono emesse “allo scoperto” cioè il loro valore facciale non ha mai un corrispettivo reale di riferimento.

Non è sempre stato così; un tempo vigeva il cosiddetto sistema monetario “Gold standard” a fronte del quale l’emissione monetaria era legata alla effettiva esistenza del suo corrispettivo valore in oro. Le monete potevano essere convertite nel loro corrispondente valore in oro. Non essendo questa la sede per disquisire circa la storia dell’evoluzione monetaria si sappia che al momento la moneta è emessa fiduciariamente sulla base di una convenzione tra Stato che la impone come unica valuta per il pagamento delle tasse e imposte e cittadini utilizzatori.

Lo Stato la emette servendosi del suo istituto di emissione (Banca centrale) per il tramite di due canali, il primo rappresentato dalla Spesa Pubblica e il secondo dal finanziamento del Sistema del credito nazionale.

È facile confondersi tra i mille concetti esposti quindi è bene precisare subito che quando uno Stato emette titoli di debito raccogliendo moneta dai mercati finanziari, non sta assolutamente immettendo nuova moneta nel sistema ma sta immettendo debito. In un contesto in cui si emette debito in presenza di avanzi primari, nella realtà si sta semplicemente riducendo la massa monetaria circolante in quanto i titoli di debito non sono mai utilizzati per gli scambi ma per la tesaurizzazione del risparmio o per le garanzie che le banche commerciali forniscono alla banca centrale in cambio di denaro fresco per la concessione dei crediti. Se prendiamo in considerazione un sistema finanziariamente chiuso alla libera circolazione dei capitali la nuova emissione si realizza solo ed esclusivamente con il deficit primario di bilancio. L’aumento della massa monetaria, oltre ad essere possibile attraverso i deficit primari di bilancio è anche attuabile, in un sistema aperto agli scambi, attraverso una raccolta monetaria rivolta all’esterno del proprio sistema economico accumulando debito estero, o ancora attraverso il surplus delle partite correnti che equivale alla condanna ai lavori forzati e sottopagati per poter esportare quanto più possibile.

In un sistema economico che cresce, cresce il volume degli scambi monetari e la moneta deve contestualmente crescere per essere utilizzata negli scambi stessi. Ma attenzione, la moneta precede sempre gli scambi ed è per questo che si dice che debba essere emessa “allo scoperto”, cioè prima che il suo valore nominale sia definito sul piano reale attraverso uno scambio di beni e servizi. Se così non fosse quegli scambi non potrebbero realizzarsi e non si perverrebbe alla crescita economica. Da ciò si deduce che in regime di scarsità monetaria, cioè di austerità, come quello instaurato in zona Euro, la crescita economica non può realizzarsi e pertanto si generano situazioni di equilibri sub ottimali caratterizzati da capacità produttiva sottoutilizzata (output gap), diffusa disoccupazione e enormi squilibri nei redditi.

Se avete seguito il ragionamento fin qui fatto, avrete già arguito alcuni elementi.

La UE ha imposto una moneta che gli Stati non possono utilizzare per pervenire ad equilibri di piena occupazione e di pieno utilizzo della capacità produttiva in quanto essa li priva della possibilità di emettere moneta autonomamente. In questo contesto la moneta va cercata spasmodicamente acquistandola a tassi di interesse reali insostenibilmente positivi oppure attraverso un export aggressivo in grado di saccheggiare gli acquirenti dei propri prodotti, al fine di ottenere dei surplus commerciali tali da sopperire alla capacità dello Stato di mettere in equilibrio il sistema degli scambi e favorirne la crescita.

Ora sfateremo una delle bufale maggiormente utilizzate dal mainstream per giustificare “il necessario stato di povertà” di milioni di disoccupati. Questa bufala si chiama Debito Pubblico. Da ciò che abbiamo appena detto in realtà il Debito pubblico altro non è che la ricchezza che lo Stato emette per sostenere una buona crescita del suo sistema economico.

Appare chiaro che se lo Stato non ha più la proprietà della moneta nazionale allora deve comprarla indebitandosi, da qui il termine Debito Pubblico perché in tal caso si tratta davvero di un debito accumulato verso enti terzi. Uno Stato che invece ha la proprietà e il controllo della Banca centrale Nazionale è in grado di creare moneta senza particolare indebitamento. Naturalmente esistono delle condizionalità che lo Stato deve rispettare. La prima è che l’emissione monetaria segua le aspettative di crescita in modo da non immettere troppa moneta nel sistema tale che il suo valore reale possa essere ridotto per eccesso di domanda. Quindi regola prima: il saggio di crescita della massa monetaria M2 deve essere pari alle aspettative di crescita della domanda aggregata reale. In sintesi la crescita reale va pianificata e sostenuta ma “controllata” sul piano monetario. Regola seconda: la domanda aggregata in regime di mercato aperto agli scambi non può essere lasciata crescere al di sopra delle ragioni di scambio commerciale per evitare pericolosi accumuli di debito estero. Questo è facilmente ottenibile o con accordi commerciali bilaterali tra paesi produttori o con l’imposizione di opportuni dazi alle importazioni. Terza regola: il controllo delle politiche salariali devono mantenere in equilibrio un corretto e moderato livello inflattivo, un sostanziale regime di piena occupazione e una buona competitività delle imprese.

Tutti gli Stati dotati di una propria moneta hanno sovranità monetaria ma non è detto che siano dotati di “Capacità monetaria”. Il concetto di capacità monetaria può definirsi come la ricchezza di un sistema economico nazionale che supporta in termini di valore reale l’emissione monetaria FIAT (cioè creata dal nulla) allo scoperto. Maggiore è la forza produttiva di un paese in grado di generare ricchezza, maggiore sarà la capacità monetaria del paese stesso.

L’Italia, essendo uno dei maggiori paesi industrializzati del mondo dovrebbe essere, se avesse conservato ancora la sua sovranità monetaria, anche uno dei paesi con maggiore capacità monetaria.

Per poter beneficiare della propria capacità monetaria tuttavia, un paese non deve solo essere dotato di sovranità monetaria ma anche essere proprietario della Banca centrale di emissione della valuta nazionale ed essere istituzionalmente orientato al suo pieno e totale controllo in base agli indirizzi politici dei propri governi. Si possono infatti verificare casi in cui la proprietà della banca di emissione non sia pubblica  e dunque le politiche monetarie attuate da detta banca potrebbero essere in contrasto con gli orientamenti politici governativi e costituzionalmente definiti. Il caso di scuola di quest’ultima ipotesi è rappresentato dalla situazione in cui si trovò la Banca d’Italia a seguito delle privatizzazioni del sistema del credito pubblico in Italia, volute dalla classe politica prona ai diktat del trattato di Maastricht. Una tragedia che sottraendo ai governi il controllo dell’emissione della lira fece esplodere il debito pubblico in Italia.

Come infatti si può evincere dal grafico di cui sopra, la prima accelerazione allo stock di debito fu data nel momento in cui si sottrasse al Ministero del Tesoro la possibilità di essere finanziato dall’emissione monetaria della Banca d’Italia (1981) in conto corrente, cioè senza il ricorso alla raccolta monetaria sui mercati. Tale emissione come è logico non costituiva debito dello Stato nei confronti della sua stessa Banca centrale e non essere restituita se non formalmente con l’emissione di titoli che sarebbero andati ad espansione di bilancio dell’istituto di emissione solo in forma contabile e tombale. Questo è il vero caso di monetizzazione ovvero di creazione monetaria dal nulla nel sistema; metodo adottato durante la crisi pandemica da USA, UK, Giappone, Corea del Sud e da tutti gli stati dotati di reale sovranità monetaria.

Prima del divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, il rapporto Debito/PIL si aggirava attorno al 58%, circa un terzo dell’attuale.

La pendenza della curva fu vertiginosa fino al 1996 anno in cui, si cominciò a deprimere la spesa pubblica, lasciando decadere tutte le infrastrutture del paese e tagliando qualsiasi investimento nell’economia reale con l’obiettivo di “accogliere l’Italia nel club dell’Euro”.

Tutto ciò si tradusse in una diminuzione della pendenza della curva fino a quando i nodi non vennero al pettine e i mercati finanziari, con la crisi Lehman nel 2007 cominciarono a tutelarsi pretendendo tassi di interesse sulla raccolta monetaria che fecero esplodere ancora una volta lo stock di debito a fronte del quale è stato necessario deprimere ancora una volta la massa monetaria circolante e la crescita economica attraverso ulteriori e suicidi tagli alla spesa pubblica.

Davanti a questi dati, le argomentazioni di chi sostiene che l’Euro abbia protetto l’Italia dalla speculazione sul debito fa abbastanza sorridere.

L’Italia è stata industrializzata e infrastrutturata con la spesa pubblica dei deficit e distrutta sottraendo massa monetaria attraverso gli avanzi primari. L’unico problema è che oggi, grazie alle politiche di austerità della UE e dell’Eurozona, non solo il paese è distrutto ma il suo debito è enormemente cresciuto rispetto ai periodi nei quali si costruiva e si cresceva tramite la spesa Statale. Un vero suicidio in piena regola che negli ultimi 29 anni ha sottratto al sistema economico una somma di circa 1500 miliardi di Euro, cioè 1500 miliardi di risparmio dei suoi cittadini. 

Ricapitolando; essendo uno tra i più grandi paesi manifatturieri, l’Italia avrebbe teoricamente una grande “Capacità monetaria” ma questa gli è stata sottratta dalla rinuncia alla sua sovranità monetaria e dall’adozione di una valuta estera denominata Euro e controllata di fatto da un paese estero, la Germania.

A fronte di ciò lo Stato Italiano non può più essere considerato uno Stato di diritto indipendente ma una regione economica esogenamente controllata da una potenza straniera e secondo gli interessi di detta potenza.

Si ricorda che, in base ai trattati UE, l’Italia può uscire dall’Euro se e solo se recederà da detti trattati.

Ricordiamo che il recesso dai trattati è previsto dall’articolo 50 del TFUE attraverso un lungo ed estenuante percorso tale che in caso di emergenza il malato farebbe in tempo a morire. È pertanto evidente che in caso di estrema necessità come quello attuale, l’unica via d’uscita sarebbe peraltro possibile in ottemperanza agli articoli dal 59 al 62 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati4.

1          Vladimiro Giacchè – Costituzione Italiana contro Trattati Europei, il conflitto inevitabile – Imprimatur Editore

2           Alessandro Barbero sulla ademocraticità dell’Unione Europea

https://youtu.be/NgM75qFvACs

3          Si veda il “Caso Savona” nel quale fu evidente come, in violazione a qualsiasi norma costituzionale, l’allora Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si rifiutò di accettare la nomina a Ministro dell’Economia il Professor Paolo Savona in quanto ritenuto non in linea con l’impostazione ordoliberale imposta dalla nazione Tedesca, lasciando il dubbio su chi effettivamente detti le linee politiche dei Governi nazionali Italiani. Un caso che nell’eventualità di una uscita dell’Italia dalla UE dovrà necessariamente essere riaperto per fare definitivamente luce sull’accaduto e sulle relative responsabilità.

4                Art. 59 Estinzione di un trattato o sospensione della sua applicazione implicite a causa della conclusione di un trattato successivo 1. Si ritiene che un trattato abbia avuto termine qualora tutte le parti del trattato abbiano concluso successivamente un trattato sullo stesso argomento e: a) se risulta dal trattato successivo od è in altro modo accertato che era intenzione delle parti di regolare la materia in questione con tale trattato; o b) se le disposizioni del trattato successivo sono incompatibili con quelle dei trattato precedente in modo tale che non sia possibile applicare due trattati contemporaneamente. 2. Il trattato precedente viene considerato semplicemente sospeso quando risulti dal trattato successivo o sia in altro modo accertato che questa era l’intenzione delle parti.

Art. 60 Estinzione di un trattato o sospensione della sua applicazione come conseguenza della sua violazione

  1. Una sostanziale violazione di un trattato bilaterale da parte di una delle parti autorizza l’altra parte a invocare la violazione come motivo per porre termine al trattato o sospenderne completamente o parzialmente l’applicazione. 2. Una sostanziale violazione di un trattato multilaterale da parte di una delle parti autorizza: a) le altre parti, che agiscono di comune accordo, a sospenderne completamente o parzialmente l’applicazione o a porvi termine: i) sia nelle relazioni fra di loro e lo Stato autore della violazione; ii) che fra tutte le parti; b) una parte particolarmente danneggiata dalla violazione, ad invocare detta violazione come motivo di sospensione dell’applicazione completa o parziale del trattato nelle relazioni fra di essa e lo Stato autore della violazione; c) qualsiasi parte diversa dallo Stato autore della violazione, ad invocare la violazione come motivo per sospendere l’applicazione dei trattato completamente o parzialmente per quanto la riguarda, se detto trattato è di natura tale che una violazione sostanziale delle disposizioni compiuta da una parte modifichi radicalmente la situazione di ciascuna delle parti relativamente al successivo adempimento dei propri obblighi in base al trattato. 3. Ai fini del presente articolo, per violazione sostanziale di un trattato si intende: a) un rifiuto del trattato che non sia autorizzato dalla presente convenzione; o Diritto dei trattati 20 0.111 b) la violazione di una disposizione essenziale per la realizzazione dell’oggetto o dello scopo del trattato. 4. I paragrafi precedenti non pregiudicano nessuna delle disposizioni del trattato che si possa applicare in caso di violazione. 5. I paragrafi da 1 a 3 non si applicano alle disposizioni riguardanti la protezione della persona umana che sono contenute nei trattati di carattere umanitario ed in particolare non si applicano alle disposizioni che escludono ogni forma di rappresaglia esercitata nei confronti di persone che sono protette dai summenzionati trattati.

Art. 61 Sopravvenienza di una situazione che renda impossibile l’esecuzione

  1. Una parte può invocare l’impossibilità di dare esecuzione ad un trattato come motivo per porvi fine o per ritirarsene qualora tale impossibilità risulti dalla sparizione o dalla definitiva distruzione di un oggetto indispensabile all’esecuzione del trattato in questione. Quando l’impossibilità è temporanea essa può essere invocata soltanto come motivo per sospendere l’applicazione del trattato. 2. L’impossibilità di dare esecuzione ad un trattato non può essere invocata da una parte come motivo per porre fine al trattato, per ritirarsene o per sospenderne l’applicazione se tale impossibilità deriva da una violazione commessa dalla parte che la invoca, sia di un obbligo dei trattati che di ogni altro obbligo internazionale nei confronti di ogni altra parte del trattato stesso.

Art. 62 Mutamento fondamentale di circostanze

  1. Un fondamentale mutamento di circostanze che si sia prodotto in relazione a quelle che esistevano al momento della conclusione di un trattato e che non era stato previsto dalle parti, non può essere invocato come motivo per porre termine al trattato o per ritirarsi da esso, a meno che: a) l’esistenza di tali circostanze non abbia costituito una base essenziale per il consenso delle parti ad essere vincolate dal trattato; e che b) tale cambiamento non abbia l’effetto di trasformare radicalmente il peso degli obblighi che restano da eseguire in base al trattato. 2. Un fondamentale mutamento di circostanze non può essere invocato come motivo per porre termine ad un trattato o per ritirarsi da questo: a) quando si tratti di un trattato che fissa una frontiera; o b) quando il fondamentale mutamento derivi da una violazione, da parte della parte che la invoca, o di un obbligo del trattato o di qualsiasi altro obbligo internazionale nei confronti di qualunque altro Stato che sia parte del trattato. 3. Se una parte può, in base ai paragrafi precedenti, invocare un fondamentale mutamento delle circostanze quale motivo per porre termine ad un trattato o per ritirarsi da questo, essa può anche invocarla soltanto per sospendere l’applicazione del trattato.
 
Nicola Di Cesare
Comments are closed.